Nuova pagina 1
Home World Gallery Video Blog Decalogo Forum
BLOG DETTAGLIO ARTICOLO
11 Settembre
Ambiente
Casagiovanni
Cinema
Curiosità
Debunker
Economia
Esteri
Girls
Medicina
Misteri
Motori
Politica
Sport
Truffe
Varie
Web

CERCA NEL BLOG

01/07/2008 - Lettere all’antrace: maxi-risarcimento al sospettato



Quattro milioni e 600 mila dollari: questa la cifra che il ministero della Giustizia americano ha accettato di versare al dottor Steven J. Hatfill, un ex ricercatore in armi biologiche per l’Esercito USA, come risarcimento per anni ed anni di persecuzione giudiziaria e investigativa da lui subìta (1). Hatfill era il sospettato numero uno dell’invio delle lettere all’antrace. Ora la transazione a suo favore sancisce la sua innocenza.

Come si ricorderà, nell’ottobre 2001, pochi  giorni dopo gli attentati dell’11 settembre, varie lettere contenenti polvere di antrace (il batterio che provoca la malattia del carbonchio) giunsero ad alti esponenti del partito democratico (fra cui il senatore Tom Daschle, capo dell’opposizione al Congresso) e ad alcuni giornalisti di grandi network televisivi. Furono infettate una ventina di persone, per lo più impiegati e addetti alla posta, che avevano toccato le lettere tossiche: cinque morirono.

«E’ la prova che Saddam Hussein è alleato con Al Qaeda», disse subito Paul Wolfowitz, allora viceministro al Pentagono. Perchè Saddam aveva fabbriche di antrace  per uso militare. Il microbo era accompagnato da lettere in stampatello, in cui l’autore, in cattivo inglese, inneggiava ad Allah. Un terrorista islamico, proclamarono i media.

In realtà, gli epidemiologi dell’università della California, studiando il DNA del microbo,  scoprirono presto che l’antrace nelle lettere era del ceppo «Ames», un ceppo microbico sviluppato nel laboratorio di Dugway (Salt Lake City) dall’esercito americano. Inoltre, il microbo era «militarizzato», ossia trattato per essere usato come arma: in forma di polvere (gli scienziati iracheni non erano riusciti che a dargli forma liquida), altamente concentrato e purificato in concentrazioni impossibili in Iraq, le sue spore erano mescolate con un disperdente sofisticato per impedire alle spore di raggrumarsi: un brevetto americano recente.

Risultò anche che il prodotto, creato a Dugway, veniva a volte spedito all’US Army Medical Institute for Infectious Diseases (USAMRIID), un altro laboratorio militare che studia farmaci e vaccini per la prevenzione batteriologica. Insomma, il terrorista-postino non poteva essere che un americano. Per di più, uno scienziato americano, uno che lavorava nel settore, che aveva ricevuto le vaccinazioni per trattare il materiale, con i relativi richiami annuali.

Questo ritratto si attaglia a «un numero limitatissimo di persone», disse allora la dottoressa Barbara Rosenberg, microbiologa e direttrice della Federation of American Scientists, che «hanno lavorato in attività segrete che il governo non ama divulgare». E concluse l’ebraica dottoressa: «Io so che l’FBI tiene sott’occhio una persona precisa» (2).

Pochi giorni dopo, a metà 2002, agenti dell’FBI in scafandro antibatteriologico furono ripresi da decine di network televisivi (chiamati appositamente) mentre perquisivano l’appartamento di Steven Hatfill, vicino alla base dell’esercito a Fort Detrick (Frederick, Md.). Perchè lui?

Perchè nel passato di Hatfill, ricercatore all’USAMRIID, c’erano punti oscuri e misteriosi. Benchè nato nell’Illinois, aveva preso la laurea in medicina in Rhodesia (oggi Zimbabwe); poi aveva operato a lungo in Sudafrica - il Sudafrica dell’apartheid, per anni sotto embargo, che aveva perciò sviluppato proprie industrie di difesa autonome. E negli anni ‘90, quando fece richiesta di lavorare per i laboratori militari USA, aveva vantato il possesso di una superlaurea (Ph.D.) di una università sudafricana che, come si scoprì dopo, in realtà non aveva mai conseguito. Inoltre aveva seguito corsi di addestramento in bio-terrorismo presso la CIA e la DIA (lo spionaggio militare) ed era stato addestrato anche per diventare un ispettore esperto in bio-armi per le Nazioni Unite. Insomma una persona con un passato di cui, probabilmente, era obbligato a nascondere qualcosa.

Da quel momento Hatfill fu pedinato dovunque da un gruppo di sorveglianza dell’FBI - che pur non ha mai elevato contro di lui un’accusa precisa, continuando a definirlo «persona d’interesse» nell’inchiesta. Quando si spostava in auto, una piccola carovana di macchine nere lo seguiva.

Nel maggio 2003, quando Hatfill scese dall’auto per avvicinarsi alla capofila delle auto scure e fotografare il conducente, l’autista dell’FBI lo investì, e poi gli agenti dell’FBI lo multarono (5 dollari) per «aver creato un pericolo attraversando a piedi». Ma il peggio è che Hatfill è stato costantemente indicato dai media, per mesi ed anni, come il presunto colpevole delle lettere all’antrace, nonostante non fosse incriminato ufficialmente, e l’FBI non abbia ancor oggi uno straccio di indizio contro di lui.

Rovinato economicamente, nei nervi e nella reputazione, Hatfill è convinto che i giornalisti fossero imbeccati dall’FBI per perseguitarlo; e con i suoi avvocati hanno ottenuto la convocazione giudiziaria (sub-poena) di diversi giornalisti nel tentativo di far rivelare loro l’identità dei «suggeritori».

Il caso più famoso è quello della giornalista di USA Today, Toni Locy, che si rifiutò di dire al giudice quale era la fonte dei suoi articoli accusatori. Il giudice, Reggie Walton, la condannò a pagare 5 mila dollari al giorno fino a quando non avesse parlato rivelando la fonte, sotto «disprezzo della corte». Toni Locy è oggi molto sollevata: il risarcimento mette fine al caso così costoso, «Hatfill non ha più bisogno della mia testimonianza», ha detto.

Ma Hatfill ha querelato anche Donald Foster di Vanity Fair, il Reader Digest, e soprattutto Nicholas Kristof, notissimo opinionista del New York Times, che aveva insinuato in un articolo la sua colpevolezza. Nei primi due casi c’è stata una transazione «in termini confidenziali», ossia i giornali hanno pagato un risarcimento alla loro vittima per non essere trascinati in giudizio. La querela contro Kristof è stata rigettata dal tribunale di New York, ma Hatfill ha opposto appello, e il caso è in attesa di conclusione.

Il mega-risarcimento attuale pone fine - in modo parimenti extra-giudiziale - alla denuncia che Hatfill ha elevato nel 2003 contro il Dipartimento della Giustizia (l’allora l’attorney general, John Ashcroft, un intimo di Bush, l’aveva molto chiaramente dichiarato sospetto), sostenendo che il Dipartimento e la polizia giudiziaria diffondeva informazioni su di lui in violazione della legge sulla privatezza (Privacy Act: in America esiste una legge del genere, non in Italia, come mostrano i fiumi d’intercettazioni che i magistrati fanno arrivare ai giornali).

Il Dipartimento, senza dichiararsi colpevole, ha però preferito pagare per mettere una pietra sulla faccenda. In tutto, 5,8 milioni di dollari, perchè gli avvocati di Hatfill hanno ottenuto, in onorari e copertura di spese, oltre un milione. Quanto ad Hatfill, ha ottenuto 2,8 milioni di dollari in unica soluzione, più 150 mila dollari l’anno, che il governo gli pagherà per vent’anni. Un’ammissione implicita di colpevolezza da parte del ministero.

«Come dimostra questo accomodamento, il caso è stato mal gestito fin dall’inizio», ha dichiarato Rush Holt, deputato democratico del New Jersey, il distretto dal cui ufficio postale pare fossero spedite le lettere al carbonchio.

«L’FBI ha lavorato male nella raccolta di prove, e poi ha preso di mira indebitamente un singolo individuo, mantenendolo nello stato di sospetto troppo a lungo, e sviluppando un teorema giudiziario che ha portato a questo costoso vicolo cieco».

Già, perchè su chi ha mandato le lettere all’antrace, continua a non sapersi nulla. Buio pesto. Eppure il Washington Times del 24 febbraio 2002 aveva ricostruito tutta un’altra possibile linea giudiziaria. A fine settembre 2001 (dunque prima ancora che le lettere infette arrivassero a destinazione) una lettera anonima, pervenuta alla polizia militare di Quantico, Virginia (è anche sede dell’FBI), accusava del misfatto un bio-ingegnere americano di origine egiziana, Ayaad Assad. Costui aveva effettivamente lavorato nel laboratorio militare di Fort Detrick. Il colpevole ideale, un musulmano.

Ma no: il dottor Assad potè dimostrare che lui da Fort Detrick s’era licenziato fin dal 1991, anzi aveva anche avviato un’azione legale contro il suo datore di lavoro (la US Army) per mobbing, causa delle sue dimissioni. A dirigere la persecuzione contro Assad, raccontava la querela, era un certo colonnello e bio-ingegnere di nome Philip Zack: ebreo, sionista sfegatato, il colonnello Zack aveva aizzato un gruppo di ricercatori contro «il musulmano», sottoponendolo ad angherie insopportabili. In seguito alla denuncia, anche il colonnello Zack si dimise da Fort Detrick nel ‘91.

Però ci tornò. In modo illegale, di notte. Difatti, nei laboratori di Fort Detrick cominciarono a sparire culture microbiche: in tutto, secondo le stesse autorità militari, «ventisette culture, compresi antrace, hanta virus, AIDS delle scimmie, e due colture catalogate ‘sconosciute’». Piuttosto preoccupante. E non è il genere di furti che un laboratorio segreto militare può denunciare alla polizia.

Così la direzione piazzò delle telecamere di sorveglianza: una di queste, alle 8.40 del 23 gennaio 1992, riprese un ricercatore di nome Marian Ripp mentre apriva la porta del laboratorio di patologia ad un personaggio già noto: il colonnello Philip Zack, l’ex dipendente sionista fanatico. La cosa fu messa a tacere, e Zack messo a lavorare «in una azienda di Washington a contratto col governo».

L’intera faccenda fu però scoperta dal più antico giornale di Washington, lo Hartford Courrant, e ripresa da Washington Times. Philip Zack non è stato però mai indagato dall’FBI. Hanno preferito perseguitare Hatfill, che almeno non appartiene al popolo eletto. Ma con i risultati che abbiamo visto.

Insomma, chi ha spedito le lettere all’antrace in coincidenza con l’11 settembre? Lo sapremo mai?



1) Scott Shane, Eric Lichtblau, «Scientist is paid millions by US in Anthrax suit», New York Times,  28 giugno 2008.
2) Maurizio Blondet, «11 settembre colpo di stato in Usa»,  Effedieffe2002, pagina 45, «Il caso antrace».


 



Fonte:http://www.effedieffe.com/content/view/3760/164/

Inserito da: Presty
Categoria:
Esteri
INDIETRO
 

 
 
E-Mail
Nome*
Commento*





 
 

se volete contattarci scriveteci a: info@casagiovanni.net

Tutte le immagini ed i video contenuti in questa sezione, si riferiscono a fatti realmente accaduti agli autori di questo sito. Ogni riferimento a cose o persone è puramente casuale. Chiunque ritenga che i contenuti di questo sito costituiscano una violazione della propria privacy (ai sensi della legge n. 675/1996) può invarci una comunicazione all’indirizzo info@casagiovanni.net. Provvederemo tempestivamente alla rimozione di tale materiale. Parte del materiale presente all’interno di questo sito è stato preso liberamente da Internet. Chiunque ne reclami la proprietà (ai sensi della Legge n. 633 del 22 aprile 1941) è pregato di darcene comunicazione all’indirizzo info@casagiovanni.net. Provvederemo tempestivamente alla rimozione di tale materiale.